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Sabato, 26 Settembre 2015 00:00

La scelta degli anticoagulanti che proteggono dall’ictus e dall’embolia polmonare

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Prevenire l’ictus da fibrillazione atriale e l’embolia polmonare da trombosi venosa delle gambe (fibrillazione atriale e trombosi venosa portano alla formazioni di coaguli di sangue che poi arrivano al cervello o ai polmoni, provocando danni anche mortali) è un imperativo della pratica clinica, ma che farmaci usare?

I vecchi anticoagulanti che inibiscono la vitamina K e impediscono la formazione di trombi (il classico warfarin) o i nuovi Noacs, anticorpi monoclonali (ce ne sono tre sul mercato e uno in arrivo) che fanno lo stesso mestiere, anzi sono anche più efficaci, ma ancora non vengono ben accettati da medici e pazienti per il rischio di emorragie? Se lo domanda un editoriale del New England e se lo sono domandati gli specialisti a Londra in occasione dell’Esc, il congresso della società europea di cardiologia.

«I nuovi anticoagulanti sono efficaci e sicuri — commenta Riccardo Cappato, direttore del Centro di Ricerca delle aritmie cardiache all’Istituto Humanitas di Milano) — e sono superiori nel prevenire ictus e embolie polmonari rispetto al warfarin. In più: non richiedono controlli della coagulazione, non interagiscono con i cibi e nemmeno con altri farmaci come il warfarin».

Tanto per dare un numero: gli inibitori della vitamina K riducono del 66 per cento il rischio di ictus nei pazienti con fibrillazione atriale, i nuovi anticoagulanti dell’ 80 per cento.

«I quattro nuovi farmaci (rivaroxaban, apixaban e edoxaban), che inibiscono il fattore Xa della coagulazione, e il dabigatran che inibisce la trombina — precisa Cappato — funzionano nel prevenire non solo ictus da fibrillazione atriale, ma anche embolie polmonari da trombosi venosa cronica delle gambe e il rischio di embolie in chi, per esempio, è immobilizzato dopo una frattura ossea o un intervento chirurgico».

«L’eparina per puntura sottocutanea non è più necessaria — commenta Cappato —. La possono sostituire i nuovi anticoagulanti somministrabili per bocca. Per certi versi questi sono trattamenti rivoluzionari».

Rimane il problema degli effetti collaterali, primo su tutti il rischio di emorragia. Se per il warfarin esistono antidoti specifici, per i nuovi anticoagulanti no (anche se si stanno studiando) si può soltanto ricorrere a terapie standard (come la somministrazioni di fluidi o di plasma sanguigno). Comunque i dati della ricerca rassicurano. «Lo studio Xantus, il primo condotto nel “mondo reale” (ha valutato cioè le terapie prescritte dai medici al di fuori da sperimentazioni) e pubblicato sull’European Heart Journal — ha confermato John Camm, cardiologo alla St George’s University di Londra — ha dimostrato che i rischi di sanguinamento legati alla somministrazione del rivaroxaban sono inferiori a quelli del warfarin, a parità di efficacia».

Corriere della Sera 20/09/2015

A. Bz.

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Letto 2505 volte Ultima modifica il Sabato, 09 Gennaio 2016 00:48
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